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Giacomo Di Tollo

Questo sito contiene tutte le informazioni sull'attività di Giacomo di Tollo, pianista italiano itinerante in Europa, insieme ai vari interessi circa la musica della sua terra, la musica della storia della sua terra, la scienza e l'intelligenza artificiale. In queste pagine é anche presente un Blog contenente le riflessioni quotidiane del musicista.

"In questo sito e blog troverete le tante riflessioni su argomenti che mi hanno appassionato durante gli anni: argomenti legati al pianoforte, alla storia della musica, alla musica del mio Paese, all'intelligenza artificiale, e a tutti i collegamenti tra questi argomenti. Voglio condividere con voi i miei spunti e mi piacerebbe conoscere i vostri!"

in Diario - Recensioni - Storia della Musica

Pagliacci e Cavalleria Rusticana a Bruxelles

 

La rappresentazione da parte de La Monnaie (Opera di Bruxelles) di “Cavalleria Rusticana” e “Pagliacci” è stata l’occasione che mi ha permesso di riflettere un po’ su queste due opere, e soprattutto su Cavalleria Rusticana, che in realtà conosco meno bene di Pagliacci e che in un certo senso gradisco meno. Il perché di questa preferenza è sicuramente da ritrovarsi nell’estrema violenza dell’opera: Cavalleria Rusticana adempie pienamente alla poetica del Verismo, mentre per Pagliacci vedo un’approccio un po’ più mediato. E vi spiego subito il perché.

Il Verismo è spesso semplificato oltr’Alpe come una semplice addizione di Italia primitiva annaffiata dal sole, omicidio e gelosia. E infatti, se riflettiamo alla maggior parte delle opere veriste possiamo trovare questi tre elementi. Ma in realtà, il Verismo “letterario” (quello di Verga, per intenderci), è qualcosa di molto più elaborato, ed in una certa misura, molto più violento: è il racconto più o meno imparziale di scene di vita sociale, in cui il narratore cerca di intervenire il meno possibile, ed in cui  sono i personaggi stessi a scoprirsi e a dettagliarsi attraverso le loro parole ed azioni. Tutto ciò è perfettamente esemplificato dalla novella  “Cavalleria Rusticana” di Verga, da cui l’opera di Mascagni è tratta: la trama della novella è la stessa dell’opera, ma molti dettagli in più sono presenti. Anche l’ ”ideologia” verista si trova  pienamente realizzata:

  • nessun  commento del narratore, che fa commentare la storia al popolo oppure ai personaggi stessi;
  • personaggi che hanno un ruolo ben definito nelle famiglie, ma il cui ruolo esterno risponde soltanto a tematiche “monetarie”;
  • presenza del tema del villaggio, visto come un insieme di famiglie che per quanto si  mostrino aperte alla novità, rispondono a “leggi” e regole immutabili, la cui violazione  porta immancabilmente ad una reazione che restaura l’equilibio, “whatever it takes” (come direbbe qualcuno).

L’ultimo punto si riscontra (nella novella) nel duello finale, dove Alfio, in difficoltà, non esita a gettare della terra in faccia a Turiddu, contravvenendo a tutte le norme di “Cavalleria”, per poi freddarlo approfittando della situazione che ha creato in maniera disonesta (e quindi, “Cavalleria Rusticana”). Tutto cio’ nell’opera non è presente, e lo spettatore si trova subito immerso nell’azione, con il solo fuori-scena di Turiddu a dare un po’ di contesto. Bisogna riflettere sul fatto che addirittura lo stringatissimo Verga si sforza di dare un po’ di contesto, dicendo che Turiddu era partito soldato (e tornato), e dettagliando molto meglio le gelosie di Lola e Santuzza: tutti dettagli cancellati di sana pianta nell’opera.

E se Verga opera già una selezione, ad esempio facendo svolgere il duello il giorno dopo il lancio della sfida ed ignorando  volutamente la notte tra i due (chissà quanti tormenti nella mente dei protagonisti avrebbe immaginato e musicato Verdi, il giorno prima della morte di uno di essi), Mascagni rende tutto ancora piu’ immediato, facendo svolgere tutto nello stesso giorno, con un Intermezzo (attenzione: scritto in origine per pianoforte solo) suonato a scena vuota che rappresenta l’unica pausa di riflessione, orientata a fornire un’idea prepotente di immutabilità…non a caso, questa musica è stata selezionata per accompagnare la fine de Il Padrino III, in cui il pensiero che suscita è esattamente lo stesso.

A dire il vero, Mascagni ed il suo librettista hanno anche (o soprattutto) ben delineato i personaggi, per farli rientrare nello stereotipo dell’ uomo d’onore (che fino ad oggi segnerà il successo del cinema italiano e di ispirazione italiana), operando  piccole modifiche rispetto alla novella originale:

  • Turiddu nell’opera ammette di aver torto ed esclama che si farebbe sgozzare senza pietà; nella novella no, anzi, si propone di sgozzare Alfio stesso;
  • nella novella  gli ultimi pensieri di Turiddu sono per la mamma, mentre nel libretto sono per Santuzza, che ormai disonorata, non avrebbe più trovato nessuno disposto ad occuparsi di lei;
  • inoltre, la scena della terra in faccia a Turiddu non è nemmeno menzionata.

Insomma, una Cavalleria Rusticana 2.0, polto più in linea con lo stereotipo che si aveva (e forse si ha ancora) del sud Italia.

 

Pagliacci invece ha una concezione totalmente diversa: siamo ancora nell’Italia assolata, c’è la gelosia,  ci sono addirittura due assassinii; ma l’ascoltatore non si trova immerso da subito nel dramma. Addirittura, si trova l’autore che spiega il suo approccio, ed in diverse occasioni i personaggi spiegano i loro punti di vista: si pensi a Canio che prima dice chiaramente che è geloso e pericoloso (“un tal gioco, credetemi,  è bene non giocarlo”) e poi riflette sulla sua condizione prima dello spettacolo, in un capolavoro di introspezione, giustamente divenuto uno dei brani di punta di tutta l’opera italiana (“vesti la giubba”), citato in colonne sonore, pubblicità e tanto altro ancora (ad esempio, dai Queen).

D’altronde, lo stereotipo del clown che fa ridere gli altri, ma che soffre il suo dramma dietro la maschera, è uno dei caratteri ricorrenti nello spettacolo, dalla commedia dell’arte fino a Totò e oltre…e Leoncavallo lo sapeva.

Anche in questo caso, l’opera è molto breve, quel che serve per tenere l’ascoltatore inchiodato alla sedia, il libretto (scritto da Leoncavallo stesso) è tra i meglio riusciti della storia del melodramma, ma non ci ritrovo quella violenza che fa esplodere Cavalleria Rusticana. E forse è per questo che, tutto sommato, preferisco Pagliacci.

Ultimo spunto di riflessione: il ruolo delle donne nelle due opere. Santa e Nedda sono due donne incredibilmente determinate, che sanno come far pagare agli altri i torti subiti. Sfugge completamente loro l’effetto delle loro azioni, ma non si puo’ dire che siano donne “sottomesse” (riferimento esplicito a troppi contenuti letti durante la campagna “me too”). Anche qui, lo stereotipo della donna meridionale passionale, cattiva quando vuole, e capace di grandi slanci amorosi è perfettamente rispettato. Anzi, probabilmente queste due opere hanno contribuito a definire il contorno.

 

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