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Giacomo Di Tollo

Questo sito contiene tutte le informazioni sull'attività di Giacomo di Tollo, pianista italiano itinerante in Europa, insieme ai vari interessi circa la musica della sua terra, la musica della storia della sua terra, la scienza e l'intelligenza artificiale. In queste pagine é anche presente un Blog contenente le riflessioni quotidiane del musicista.

"In questo sito e blog troverete le tante riflessioni su argomenti che mi hanno appassionato durante gli anni: argomenti legati al pianoforte, alla storia della musica, alla musica del mio Paese, all'intelligenza artificiale, e a tutti i collegamenti tra questi argomenti. Voglio condividere con voi i miei spunti e mi piacerebbe conoscere i vostri!"

in Recensioni - Storia della Musica

Victorien Sardou: La Tosca (Edizioni Studio Tesi)

L’occasione che mi è stata data di dirigere una grande selezione in forma semi-scenica da “Tosca”, è stata un buon pretesto per leggermi un po’ di materiale non tanto sull’opera di Puccini, che avrei dovuto comunque studiare pressoché a memoria, ma su quello che ha portato Puccini a scegliere questo titolo. E la cosa è stata occasione di diverse riflessioni. Ad esempio, ho scoperto che il compito di musicare il dramma era stata affidato a Alberto Franchetti (1860-1942), compositore italiano fondamentalmente uscito dal repertorio. Particolare curioso da aggiungere alla notizia: anche Andrea Chenier di Giordano (del quale ho assistito ad una emozionante rappresentazione al teatro Colon di Buenos Aires) era stato originariamente affidato a Franchetti. Se vogliamo dare importanza alle decisioni che sono state dietro la composizione di capolavori, dovremmo ricordare Franchetti, anche solo per i rifiuti che ha enunciato. Nei prossimi concerti inseriro’ un brano di Franchetti, per rendergli omaggio. Ma per ora, voglio condividere le mie riflessioni “letterarie” su Tosca: le ho scritte in fretta per evitare di dimenticare qualcosa, sarò un pò ridondante ma mi perdonerete.

Risalendo alla fonte, tappa d’obbligo è stata la lettura de “La Tosca”, di Victorien Sardou (1831-1908): drammaturgo  francese, incontrastato dominatore della scena drammatica della seconda metà del XIX secolo grazie al suo gusto del dettaglio storico. Dettaglio storico che è onnipresente nel suo dramma, riempito di personaggi realmente esistiti (Paisiello, La Regina Maria Carolina di Napoli) o ispirati a protagonisti della storia recente. Di questa seconda categoria, il primo tra tutti è Angelotti, a cui nel dramma viene data molta rilevanza, e che è ispirato al discusso Liborio Angelucci, che è davvero stato console durante la prima repubblica romana. Tra l’altro, apprendere la vicenda di Angelucci mi ha dato una personale chiave di lettura dell’opera, che conto prima o poi di confidare a un regista che vorrà tenerne conto…

Ma veniamo al dramma di Sardou (in quanto segue parlerò di dramma quando vorrò riferirmi all’opera di Sardou, ed a opera per riferirmi al libretto di Giacosa ed Illica), di cui potete trovare tutti i dettagli nell’eccellente Introduzione di Giulio Davico Bonino al volume edito da Edizione Studio Tesi). E’ un dramma prolisso, zeppo di riferimenti a fatti e personaggi dimenticati (Lady Hamilton? Chi l’ha mai sentita?). A me tali dettagli piacciono, quindi ho divorato il libro in una sola giornata; detto ciò, non é possibile produrre un capolavoro così pieno zeppo di riferiment: Giacosa ed Illica lo sapevano, e sono riusciti a limare la trama in modo da trasformare un fenomeno generazionale in un dramma universale, in cui si mescolano ideali, potere, gelosia, politica, storia e sangue. Il tutto concentrato in tre atti, e neanche tra i piu’ lunghi della storia della musica..Verdi elogiò il libretto…e come non si potrebbe fare altrimenti: sembra fatto apposta per essere musicato. Soprattutto il secondo atto nella scena dell’interrogatorio riesce a creare una tensione enorme anche soltanto tramite lettura.

Sfogato il mio orgoglio nazionale, devo dire pero’ che  dal punto di vista letterario, dopo aver letto l’originale di Sardou, il libretto di Giacosa ed Illica perde molto. Un po’ come avviene nelle trasposizioni cinematografiche di romanzi. Nel dramma ci sono alcuni dettagli sui personaggi che mi sembrano molto ben evidenziati. Vediamone qualcuno:

1) Scarpia, nell’opera di Puccini appare determinato e impassibile. Nel dramma di Sardou invece il personaggio e’ più ombreggiato: è un personaggio troppo in vista, soggetto a molte pressioni e inamicizie, e la fuga di Angelotti ha scatenato un putiferio a corte (cosa assolutamente taciuta nell’opera): egli sa bene che la non risoluzione del caso potrebbe essere fatale alla sua carriera, e forse a molto di più…

2) Tosca è una trovatella veneta, educata a Verona ed ammirata da Cimarosa: si trova a Roma per cantare nella stagione del teatro Argentina, e già scritturata da La Fenice di Venezia per la stagione successiva.

3) Cavaradossi, di padre romano e mamma francese, ha vissuto principalmente in Francia, dove il padre frequentava Voltaire… e quando il siciliano Scarpia descrive Cavaradossi come “volterrano”, fa allusione a questa frequentazione, scomoda tanto quanto quella dell’atelier del pittore David, di cui Cavaradossi era assistente.

4) Angelotti fu incastrato per aver mancato di rispetto a Lady Hamilton (amante dell’ammiraglio Nelson, ed ex-amante di Angelotti stesso) durante il suo passato napoletano. È interessante come nel dramma si indugi molto di più sul passato napoletano che su quello di console della repubblica romana.

E’ interessante anche vedere come Tosca, nel dramma, sia dipinta esageratamente devota, sopratutto se si considera la sua professione di cantante, il cui “milieu” all’epoca non era dei più edificanti … inoltre, nell’opera  la gelosia mostrata da Tosca nel primo atto è decisamente eccessiva, e la donna non si rende conto delle conseguenze che tale gelosia potrebbe avere sul pittore. Nel dramma invece, quando Tosca, seguita dagli “sbirri e la carrozza” arriva nel podere suburbano di Cavaradossi e vi trova Angelotti, si rende immediatamente conto del pericolo che sta facendo correre al suo amante. Nell’opera, tutto ciò è taciuto per caratterizzare in modo più netto il personaggio.

Ma ci sono anche delle differenze di concetto tra Sardou e Giacosa-Illica (nota bene: Sardou volle comparire tra i librettisti nelle prime edizioni), che rendono piu’ agevole la comprensione dell’opera. Ad esempio:

  • Nell’ultimo atto, dopo l’uccisione di Cavaradossi, c’è un dialogo tra Tosca e Spoletta, in cui è palesato il fatto che l’uccisione di Cavaradossi era parte dell’ordine fittizio dato da Scarpia. Il libretto ha totalmente omesso questo dialogo, e qualcuno (tra cui me) ha pensato ad altre ragioni dietro i fucili non sparati a salve: scherzo di soldati annoiati? Ordine disubbidito?  Dal dramma si evince che Cavaradossi non era certo simpatico a molti, come non lo era Angelotti, e le due sorti erano invise a molti… La soluzione del libretto è sicuramente la migliore: lascia aperta qualche domanda. Riflettiamo anche sul fatto che Tosca ha il suo ultimo pensiero rivolto allo Scarpia carnefice, che rivedrà dinanzi a Dio: sembra essere una totale assunzione del crimine commesso da Tosca, che ha comunque ammazzato un uomo. Invece, nel dramma di Sardou, l’ultimo pensiero di Tosca è per Mario, che invece avrebbe dovuto incontrare in Paradiso. Difficile farsi un’idea sullo stato d’animo esatto di Tosca morente… forse è per questo che Puccini non avrebbe voluto far morire l’eroina…
  • Il personaggio di Scarpia nel libretto è dipinto come persona estremamente sicura di sé. E’ un personaggio terrificante già dal primo ingresso: due monologhi (a fine primo atto e a inizio secondo atto) aiutano a definirne la figura del funzionario terribile che ha già previsto tutto, ivi compreso di sedurre Tosca con il ricatto; si nota anche la sua natura libertina, che lo spinge a brevi avventure amorose, senza spazio per il romanticismo. Insomma, un buon emulo del Duca di Mantova di Rigoletto, con la differenza che non è un sovrano e che è comunque soggetto a direttive dall’alto. Ecco, è questo il punto di differenza tra dramma e libretto. Il barone Scarpia di Sardou è comunque un funzionario, e le pressioni che riceve dall’esterno sono forti ed evidenti: la Regina non apprezza il fatto che si sia fatto sfuggire Angelotti, e Scarpia capisce perfettamente che la sua carriera è legata a quest’episodio. La folla reclama a gran voce la testa di Angelotti (dettaglio ovviamente omesso nell’opera), ma anche quella di Scarpia che lo ha fatto fuggire, probabilmente a causa delle armi di seduzione della sorella del fuggiasco: la Attavanti dipinta come la più bella donna di Roma. Scarpia sa benissimo che deve giocarsi bene le sue carte. Ed è per questo che nel dramma rimaniamo quasi sorpresi quando espone le sue avances verso Tosca. Sembra quasi uno sfogo, una liberazione: egli ha già ricevuto l’ordine (anche questo, taciuto nel libretto, in cui è Scarpia che decide, e non riceve ordini da nessuno) di giustiziare i due: la faccenda per lui è risolta; vita e carriera non sono più in pericolo. Proviamoci dunque con Tosca, tanto forse dovremmo giustiziare anche lei…Anche qui, le modifiche del libretto sono fondamentali per rendere la morte di Scarpia ancora più impressionante.
  • Nel dramma di Sardou un solo viaggio è sufficiente a Scarpia ed i suoi birri per catturare Angelotti: egli si trovava si’ nascosto nel pozzo del giardino, ma nella casa c’erano nello stesso tempo anche Mario e Floria (anche qui, usata come esca). L’interrogatorio di Mario avviene quindi nel suo podere suburbano, e non a Palazzo Farnese. Curiosa questa differenza: il libretto accorcia la narrazione rispetto al dramma (tre atti al posto di cinque, con diverse situazioni estromesse), ma per quanto riguarda la cattura di Angelotti, l’orizzonte temporale è piu’ dilatato: sono necessari due viaggi verso il podere suburbano per catturarlo, di cui il secondo avviene dopo la confessione di Tosca. E comunque, il cadavere di Angelotti non compare su scena, mentre nel dramma si.
  • Riallacciamoci al punto precedente: Spoletta riferisce a Scarpia che Angelotti si è suicidato prima di cadere nelle sue mani. Ma sarà poi vero? Ragioniamoci un po’: nel libretto Angelotti viene dipinto come un fuggiasco, martire della libertà: ex-console della Repubblica Romana, tutta la sua vicenda è taciuta. In Sardou, la sua vicenda non è taciuta: era finito in prigione per aver mancato di rispetto a Lady Hamilton, amante dell’ammiraglio Nelson di cui era stato in precedenza amante egli stesso. Per uscir di prigione ha dovuto corrompere la guardia, con l’aiuto della sorella. Ce lo vedete voi l’Angelotti di Puccini con un trascorso simile? Io non ce lo vedevo….Ma facciamo un ulteriore passo indietro: la figura di Angelotti si ispira ad un personaggio realmente esistito: Liborio Angelucci (https://en.wikipedia.org/wiki/Liborio_Angelucci), prefetto e console della Repubblica Romana: personaggio ambiguo e corrotto, la sua biografia sembra lontana anni luce dall’esistenza di Angelotti di Giacosa e Illica. Diciamo che l’Angelotti di Sardou si colloca un po’ a metà strada tra i due. Integriamo questa notizia nell’opera: e se Angelotti non fosse morto? Nel dramma il cadavere   si vede in scena, ma nell’opera no…e se avesse corrotto anche i funzionari venuti a cercarlo? O se tutto  fosse il risultato di una combina, creata ad arte per permettere ad Angelotti di scappare?

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